Presentazione delle sale

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SALA I

La piccola Croce astile è un raro esemplare di oreficeria medievale,
databile al XIII secolo, uscito con probabilità da una bottega specializzata
umbra o toscana. Dobbiamo alla lunga presenza longobarda la diffusione
in area appenninica di simboli devozionali di gusto arcaico se non barbarico,
e la croce di Castelletta costituisce una prova significativa di microscultura
in metallo dell’epoca.

SALA II

E’ qui esposta una valida testimonianza della Scuola Fabrianese del
Tre e del Quattrocento. A cominciare dai due grandi pannelli su tavola di
Allegretto Nuzi ( c. 1320 – 1373), laterali di un grande trittico proveniente
dalla abbazia di Santa Maria d’Appennino. Lo scomparto centrale, raffigurante
la Madonna col Bambino, è stato individuato nella Galleria Nazionale delle
Marche in Urbino. Nei due laterali sono raffigurati a sinistra S. Giovanni
Battista e S. Venanzio, a destra S. Antonio abate e S. Giovanni Evangelista.

Al cosiddetto Maestro di Staffolo spetta una serie di affreschi staccati
già nella chiesa di Sant’Onofrio e in Palazzo Baravelli. Il legame formale
dell’ignoto autore con Gentile da Fabriano trapela soprattutto dall’elegante
Madonna in trono col Bambino. Da Palazzo Baravelli proviene anche
l’affresco con Quattro santi datato 1457, lavoro giovanile di Antonio da
Fabriano, dove è espressa la sua rude vena naturalistica, di chiara matrice
meridionale.

A scuola umbra del XV secolo, forse folignate, parrebbe appartenere
l’autore della caratterizzata tavoletta con S. Veronica. Uno dei capolavori
della scultura marchigiana di fine Trecento è il S. Giacomo di Compostela,
raro esemplare che si inserisce nel catalogo di Fra Giovanni di Bartolomeo
(notizie dal 1364 al 1396), monaco scultore attivo nel convento fabrianese
di Santa Caterina, conosciuto anche come il Maestro dei Magi di Fabriano.

SALA III

La arcaizzante Madonna in trono col Bambino è opera sicura di
Bernardino di Mariotto da Perugia, suo primo attestato di una lunga stagione
marchigiana che lo vide attivo sino agli  anni venti del ‘500 nella sua
bottega di San Severino Marche. Il piccolo Gesù solleva il modelletto
miniaturizzato del castello di Bastia, borgo del territorio fabrianese per il
quale era stato originariamente eseguito. Reca la scritta: Belardinus de
Perusia pinsit 1498.

SALA IV

La grande tavola attribuita a Fra Fabiano da Urbino ci introduce al
clima estetico e culturale del primo Cinquecento. Pervasa di toni freschi
e mattinali, l’opera si qualifica come un prodotto nato in armonia con le
correnti di gusto attive nel Montefeltro, facenti capo a Raffaello e a suo padre
Giovanni Santi. Essa raffigura la Madonna in trono col Bambino, S. Caterina
d’ Alessandria, S. Giovannino e S. Francesco. Di un più modesto artefice
risulta la lunga figura del S. Girolamo, mentre di più elevato ingegno
risultano le cadenze della Madonna del latte tra S. Giovanni Evangelista
e S. Antonio abate. Vi promana un senso di religiosità dolce e riflessiva,
espressa secondo stilemi che rimandano all’ Umbria e a Signorelli.

La paletta d’altare con l’ Annunciazione e il Padre Eterno tra angeli
nella lunetta reca sul bordo inferiore un cartiglio con la scritta LUCA PINSIT,
che parrebbe indirizzarla verso Luca di Bartolomeo delle Fibbie. Ed è questa
l’unica testimonianza del piccolo autore fabrianese, il quale, incurante del
progresso dell’arte, nei primi decenni del XVI secolo continuava a produrre in
feriali versioni modelli crivelleschi di fine Quattrocento.

SALA V

I dipinti esposti in questa sala rappresentano in maniera significativa
l’ultimo manierismo marchigiano. L’arceviese Ercole Ramazzani (1530 – 1598)
ne è uno dei più validi esponenti, come testimonia la Madonna col Bambino
tra S. Rocco e S. Sebastiano, firmata e datata : ERCULES  RAMAZZANUS
ROCCAE CONTRADAE  MDLXVI. Realizzata con toni di colore
levigati e preziosi, essa è frutto delle esperienze romane e venete condotte
dall’autore. La Crocifissione è firmata dal fabrianese Domiziano Domiziani,
attivo alla fine del XVI secolo, il quale fa sfoggio di un grafismo lucido e
attento, che lo porta  ad una accurata definizione dei soggetti figurativi.
Proviene dalla chiesa parrocchiale di San Michele la martoriata Madonna
in trono col Bambino, S. Michele Arcangelo, S. Giovannino e S. Pietro, che
un provvidenziale restauro ha salvato da sicura rovina. Vi si incrociano i
modi del Ramazzani, tradotti però in termini più popolareschi, da far pensare
all’intervento di un suo allievo.

SALA VI

Il pittore veneto Claudio Ridolfi ( 1570 – 1644), trasferitosi da giovane
nelle Marche, prese stabile dimora a Corinaldo trascorrendovi gran parte
della sua esistenza. A lui si deve il S. Carlo Borromeo su tela, replica del
soggetto visibile nella chiesa di Santa Maria della Piazza a Pergola. Alla sua
mano spetta anche il S. Emilio entro elegante cornice ovale, appartenuto al
marchese Onofrio del Grillo, pittoresco personaggio del patriziato romano.
In entrambi i dipinti sono espressi i caratteri del tempo maturo e finale
dell’ artista veronese, vibranti di forti tensioni cromatiche.

La grande tela col Battesimo di S. Agostino è una delle numerose prove
che il pittore vicentino Pasqualino Rossi ( 1641 – 1720) portò a termine per le
chiese di Fabriano, dove egli fu attivo negli anni ’70 del Seicento. La grande
tela martoriata raffigurante Otto santi genuflessi doveva aprirsi al centro
verso una immagine particolarmente venerata. Le otto figure e gli angeli
che ravvivano la volta celeste si collegano all’arte di Giovan Francesco
Guerrieri da Fossombrone ( 1589 – 1659), il massimo esponente della
pittura seicentesca delle Marche. A Giovanni Loreti ( 1686 – 1760), pittore
nativo di Fano ma naturalizzato fabrianese, è stato riferito il dipinto con la
figura a mezzo busto di S. Vincenzo Ferreri, eseguito con fare fresco e spigliato.

Al centro della sala si erge la Vergine Immacolata, statua lignea
policroma di un artefice seicentesco che ha lasciato numerose prove della
sua attività nelle chiese e nei monasteri della città.